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Appartenenze 93-365

Oggi la foto è programmatica, infatti niente di che, è più un lavoretto di grafica che altro. Ma ho un pensiero che mi frulla nel cervello da ieri sera, lo devo scrivere. Non sono tra quelli che ritiene che una fotografia possa e debba essere totalmente “autoconsistente”, ci sono cose che non possono essere espresse o che io non riesco ad esprimere. Insomma: lo scrivo.

Il pensiero riguarda le storie, le tradizioni e le culture familiari, soprattutto quando a tutto ciò si aggiunge anche un luogo familiare come una casa, una campagna, cose che sono oggetto di vita e di relazione tra le persone della famiglia e che costituiscono collante e rinforzo per le culture ora dette. Non sono stato chiaro, lo so, provo a spiegarmi meglio. Prendiamo in considerazione una campagna dei nonni, con una casa bella e amata, con periodi di tempo nei quali fratelli, cugini e zii si ritrovavano per occasioni felici e importanti: vacanze, feste, ricorrenze. Supponiamo ancora che questa campagna e questa casa sia stata di fondazione per la vita dei nonni e questo stato in qualche modo sia riuscito a permeare le generazioni succedutesi che vi hanno aggiunto il piacere di crescere insieme e di scoprire le scoperte che le fasi della vita, soprattutto le prime, comportano.

Bellissimo.

O forse no. Forse c’è anche un qualcosa di potenzialmente pericoloso per gli individui che vi appartengono. Quel poco che ho sperimentato e le osservazioni saltuarie presso amici e conoscenti mi hanno portato ad una convinzione: tutto questo bellissimo può trasformarsi, per i singoli individui, in una trappola. Niente di fisico ovviamente, ma di una condizione psicologica per la quale il mondo esterno risulta alla fin fine povero e poco attraente ma quello interno non è ampio abbastanza da consentire, alle giuste età, alle singole persone, quello che allegoricamente potremmo esprimere con spiccare il volo. Succede ovviamente che alcuni, forse i più, ce la fanno: tagliano le radici e camminano, corrono verso la vita che li attende. Come diceva Nietzsche l’albero ha le radici e l’uomo invece le gambe. L’uomo le deve usare, deve camminare (quante volte la parola percorso è usata nella descrizione di quanto stiamo facendo)! Questa trappola di cui stiamo parlando metaforicamente fa crescere radici e ci blocca. Di per se non sarebbe terribile, avere radici, pure questo è importante. Ma siccome siamo concepiti per percepire subito tutte le nostre contraddizioni, siccome in certi momenti non riusciamo a sopportare la nostra incoerenza, allora, in questi casi, non riusciamo a fare le scelte giuste nei momenti giusti.

Basta! Per stasera, di fare lo psicologo da strapazzo, ho finito!

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